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Ti Racconto Una Storia
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Autore Messaggio
pinotrieste
Accesso Libero


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MessaggioInviato: Mar Mag 13, 2008 14:42:04    Oggetto: Grande.... Rispondi citando

Grande Pino…
Grazie Virginia. Se me lo ripeti ancora, finirò col crederci e poi
pensa alla mia delusione quando mi ritroverò piccolo, piccolo
ed invece di sentirmi un “ pino “ mi accorgerò di non essere
nemmeno un bonsai di “ ruvettu “.
Le tue parole mi fanno tanto piacere ed anche quelle degli altri,
quando ci sono e sono le uniche cose che hanno dei meriti compreso quello
di darmi la carica per cercare di ricambiarle a modo mio , come ci riesco
e non sempre come vorrei.
Cerco di perseverare nel tentativo di tirare fuori le “castagne dal riccio”
come sai. E per me la vera gioia è vederle fuori da quel guscio spinoso.
Grazie veramente per le belle parole che usi nei miei confronti e per gli
auguri a mia mamma.
Se davvero sopporti quello che scrivo, sei eroica e ti meriti una storia…
“ ti racconto una storia “.


La Matematica.

Come tutti sanno, sono nato contadino e contadino sono rimasto (è vero) fino ad oggi.
Morirò contadino, così renderò alla terra un po’ di quello che mi ha regalato.

Erano gli anni della scuola media.
Un giorno d’autunno, mio padre mi chiese, come faceva spesso, gentilmente, (mi ordinò)
di lasciare momentaneamente i libri di latino sulla sedia, (non si studiava sul tavolo ma
seduti sulla sedia con il libro sulle ginocchia) e di andare in campagna con lui perché
c’erano da piantare le fave.
Bisognava fare prima le fossette tutte in fila “cu picu” o “a cruci“, come diceva la mia fatina
: < ssa cruci iè troppu ranni pi tea, diccillu a to patri chi hai l’ossa tenniri>.
Le file (leggi file non fail ) dovevano essere ben dritte ad occhio, senza spago e siccome
erano molto lunghe, (Quanto era largo il campo di “ cincu tummina ” a forma quasi di
quadrato) era facile curvarle e doverle rifare. Vuoi mettere la soddisfazione della gente che
tesseva le lodi per il colpo d’occhio delle rette parallele e perfettamente perpendicolari al
lato del campo!?
Con questo metodo anche le fave venivano più gustose! Il perché, mio padre non me lo
spiegò mai e rimase un segreto.
Quando “ i fossa “ erano pronti, vi si mettevano dentro cinque semi di fave per fossa, un
poco di letame ed infine si coprivano con la terra.
La gente che passava nella strada vicina, un po’ perché non si sapeva fare i “cassi ss= zz propri”,
un po’ perché, come si suole dire in Sicilia, si voleva “vagnari u pani”, gridava: < ma come,
questo è studente e lo fate zappare!? >
< Questa è matematica! > rispondeva mio padre divertito.
“ Un fossu, du “ fossa”…..vinti fossa “ “ na fila, du fila…..trenta fila “
“ ‘nta nu fossu cincu favi, ogni fila novanta fossa…trenta fila, quantu favi? “. Matematica
no?

La storiella era simile quando mio padre mi portava a raccogliere e “carriari” pietre, per
costruire i muretti a secco nella campagna; a chi si faceva meraviglia e con “sfottimento”
gridava, godendo per il senso di umiliazione che imprimeva alla sua esclamazione: < ma,
Salvatore, a questo studente, gli fai fare “u sceccu”? >. Egli rispondeva imperturbabile: <
Questa è la geometria! >. Muro a piombo o muro inclinato, alto due metri e lungo dodici:
quanti metri quadri? Se largo cinquanta centimetri: quanti metri cubi? Più geometria di
cosi!

Se devo dire la verità, il fatto è che mio padre aveva una grande passione innata, una specie
di fissazione, di fare il professore.
Fra le diverse materie, che amava insegnare senza tante spiegazioni, ce n’era una che
rappresentava per lui, prima di tutto, un dovere oltre che una vera vocazione: si chiamava
“ EDUCAZIONE “, con tutte le lettere maiuscole. Non l’educazione civica o domestica;
EDUCAZIONE e basta. E se vogliamo completarne il senso profondo, possiamo chiamarla
“ EDUCAZIONE Addomestica”.
A suo dire, questa materia, non poteva durare solo un anno ma per tutto il corso di studi e
doveva incominciare in età precoce - “ u lignu s’addrizza finu chi è tennuru” –
Usava un ottimo “Sistema” per insegnarla, un sistema praticato, del resto, da tanti altri in
paese, con più o meno perseveranza. Il mio “professore” sosteneva che la lezione per essere
veramente efficace andava ripetuta a ogni “sunata di rroggiu” e “u rroggiu” a Frazzanò,
ahimè, suonava ogni quarto d’ora. Non è che non mi piaceva il suono di quelle due
campanelle che si sentivano da lontano e tenevano compagnia, quando si era tutto il giorno
soli nella campagna e si contavano i colpi per spingere le ore: ‘ntau, ‘ntau ….’ntau… ‘ntiiu,
‘ntiiu. Bisognava vedere, però “per chi suonava la campana” e che musica seguiva .
Egli andava molto orgoglioso del suo metodo e quando si trovava con gli altri compaesani,
nelle interminabili discussioni, dove ognuno si vantava di essere più bravo dell’altro, a dare
lezioni, sosteneva che non bisognava parlare tanto ma bastava procedere e poi valutare i
risultati raggiunti, vedere se i propri allievi, avevano capito le lezioni e se si erano eruditi:
quello che oggi si chiamerebbe “ raggiungimento degli obbiettivi prefissati ”.
Non vi spiego i sistemi usati per non farvi “spanzare” dalle risate ed anche perché non
pretendo di insegnare niente agli insegnanti i quali, sono convinto, essendo l’insegnamento
una missione, devono trovare ognuno, come mio padre, la propria ispirazione.
Non pensate però a cose orrende da “telefono amico”; rientrava tutto nella più assoluta
normalità, una prassi accettata e reclamata dalla collettività, e spesso subita con vanto
dagli allievi, non per masochismo ma perché la durezza del trattamento ci faceva sentire
quasi eroi e ci si vantava con i compagni dei padri severi mentre si prendevano in giro
i figli dei troppo indulgenti: < to patri ti scutula sulu u purvulazzu! > .
Poi eravamo anche consapevoli che se i genitori non avessero usato quei metodi, ribelli
come eravamo, e considerando il contesto dei tempi e delle famiglie con tanti marmocchi,
li avremmo fatti impazzire e già lo facevamo specialmente con le mamme.
L’ultima lezione ricevuta ve la può confermare Pantarei: quattro meticolosi professori,
si partirono da Frazzanò in taxi, quello del compianto Lorenzo Messina (il barista per
intenderci) fino a Barcellona Pozzo di Gotto, studiando bene lungo il tragitto l’argomento
da trattare ed il modo di esporlo, evidentemente ritenuto molto importante perchè da quella
lezione sarebbe dipeso l’esito dell’esame finale.
Non scendo nei particolari per non fare ora quello che non ho fatto prima: farvi spanzare
dalle risate. Dico solo che il caro Lorenzo non volendo assistere alla didattica, durante,
“spassettava” imbarazzato per via S. Paolino. Ricordi Pantarei?
Bisogna ammettere però che, almeno uno dei professori, non fu molto convincente nel suo
intervento, mancò di passione: si limitò solamente a “scutulari u purvulazzu”.
Pantarei ricordi? La sera, dopo che i professori se n’erano dipartiti, per consolarmi
e sollevarmi dal forte attacco di crisi morale, sei andato a comprare una scatoletta
di pavesini: mi sembrava ingenuo in quel momento ma apprezzavo il tuo tentativo
ed il tuo cuore. Non l’ho mai dimenticato come vedi e di te posso dire veramente
“l’amico di sempre”, l’amico K = costante e sono convinto che non a tutti capita
nella vita questo privilegio.
Però, Panerei, una cosa: quando incominceremo a raccontare i nostri ricordi?

Mi sento di dire, che a me questa materia non piaceva tanto specialmente durante il ballo e
quando la musica si prolungava molto; preferivo molto di più l’aritmetica e la geometria:
un favu, du favi, cincu favi…na petra , du petri, ottu petri… un murazzu.

Negli anni seguenti, quando qualche mio compagno di scuola, sosteneva che la matematica
era una bella materia, io rispondevo puntualmente: < sicuramente la matematica è una bella
materia pi cu ci piaci zappari, carriari petri e manciari favi; in ogni caso è molto più bella
dell’EDUCAZIONE Addomestica…> . Al che lui mi guardava allibito e dopo un
po’sbottava: < ma chi miinchia diici!? >


Ultima modifica di pinotrieste il Gio Ago 21, 2008 10:49:38, modificato 1 volta in totale
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Cristian
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MessaggioInviato: Mar Mag 13, 2008 22:27:42    Oggetto: Sarà il primo libro che leggerò Rispondi citando

Carissimo Pino, ti confesso che tra i tanti difetti che ho,
sta sera ne ho scoperto uno molto importante;
vuoi per pigrizia ed un po per mancanza di volontà, non sono mai stato attratto dalla lettura.
Sono sempre stato convinto di preservare così la mia vista per non divenire "un quatrocchi " come alcuni amici secchioni che invece leggono decine di libri a trimestre.

Da qualche anno mi sono accostato a Camilleri strumento che mi consente di insegnare il siciliano alla mia dolce metà, che divertita assimila i nosri modi colorati e fantasiosi di esprimerci.

Questa sera ammetto di avere letto con trasporto le tue storie, al pari delle vicende di Motalbano che tanto successo riscontrano.

Spero vivamente di poterne leggere ancora tante altre e ti auguro un giorno di poter pubblicare un libro.

E' bello quello che scrivi e complimenti per il modo con cui esprimi le tue emozioni. Ti garantisco i sentimenti si percepiscono benissimo.

Ciao Pippo a presto, e mi raccomando vogliamoci sempre bene.

Cristian
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Cristian
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MessaggioInviato: Mar Mag 13, 2008 22:38:55    Oggetto: Ci sono materie e materie però..... Rispondi citando

In questo secondo messaggio, per non rovinare il senso di quanto desideravo comunicatri con il cuore prima, non posso sottrarmi nel puntualizzare come io abbia veramente gradito la filosofia con cui matematica e geometria ti siano state inculcate in gioventu.

Però sai come sono fatto, e non posso trattenere la curiosità di sapere come la grammatica, kostantemente nei nostri pensieri durante i momenti che ci vedono insieme in giro per gebbie e osterie, abbia caratterizato la tua fanciullezza.
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pinotrieste
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MessaggioInviato: Gio Mag 15, 2008 15:49:06    Oggetto: Per spiazzare Camilleri Rispondi citando

Caro Cristian, rispondo al tuo primo messaggio:
Prima di tutto ti dico che ho notato e sentito la tua mancanza.
Sono contento di leggere il tuo messaggio, primo perché
mi capita spesso di intuire chi risponde ai miei di volta, in volta-
ed anche ieri sera pensavo che avresti risposto tu- e puntuale mi
hai letto nel pensiero-.
Poi perché ci tengo al tuo autorevole parere (vero ) perché ti ho sempre
ritenuto molto intelligente ed esperto conoscitore del sentire umano (vero),
sicuramente arricchito dalla tua lunga esperienza di lavoro a contatto
con gente di tutto il mondo (il “vero” fra parentesi sta a significare non
che ci fosse la possibilità contestuale che io conti balle ma che tu potessi
pensarlo, quindi non lo metterò più, semmai ti confermerò quando intendo scherzare).
Ho detto tante volte che l’incoraggiamento serve sempre, a tutti, anche quando si
scrivono
due semplici righe, perchè scrivendo nel forum, si è come su un palcoscenico, dove tutti
ti guardano, ti ascoltano, ti analizzano e ti criticano, mentre tu reciti la tua parte sempre
nella costante paura che le cose che dici siano cassate (ss = zz) o che appaiono tali. Io
mi sento abbastanza vaccinato, però lo stesso un messaggio come il tuo fa veramente
piacere e si sente che è sincero.
Per il libro, in tanti me l’hanno detto, si vede che ci credono, però ti assicuro che c’è
uno, che non ci crede per niente, perché conosce meglio di tutti i suoi limiti e quello
sono io.
Poi ti devo confessare che le cose che scrivo, non ho mai il tempo di leggerle, di
studiarle, di imparare a memoria le mie “poesie” e cercare di capirne il significato e
così non saprò mai cosa intendevo dire; vuoi fare un libro di fregnacce?
Ci avevo creduto a un libro collettivo, avevo in testa l’impianto e mi dava entusiasmo.
Ma il collettivo di “uno o due” che collettivo è? Evanescenze!
Comunque grazie, ci penserò da grande o quando le castagne saranno fuori del riccio.

Per quanto riguarda il secondo messaggio, mi sento in un mare di guai.
Rispondere è più complicato di quanto potrebbe sembrare a prima vista.
L’argomento che mi chiedi di trattare è molto delicato e non so se sono in grado
di cimentarmi qui su questo forum molto puritano, dove per scrivere la parola che ha lo
stesso significato di “minchiate” mi vedo costretto a scrivere “cassate” correndo il
rischio di creare grossi ed imbarazzanti equivoci specialmente per i venditori di gelati.
Non vorrei urtare la sensibilità di chi legge.
Pur non di meno, visto che ultimamente in Italia è stato soppresso il ministero della
salute mentale ed è stato istituito quello molto più necessario , “ il ministero per i
miracoli a domicilio”, mi fingo pazzo (lo sono davvero) e chiedo un miracolo al
ministero: se mi viene concesso vedrò di accontentarti…come posso.



La Grammatica.

La grammatica che intendi tu Cristian e che serve per esprimersi bene e bene rendere i
concetti degli argomenti che si trattano vicino le “gebbie” , nelle osterie, in piazza, od
altrove, è una materia di fondamentale importanza per apprendere e sapere applicare
concetti e metodi di un linguaggio universale al fine di procurarsi e procurare agli altri
quei godimenti che materialmente e sentimentalmente condiscono la vita di momenti
felici , che sono la base per lo sviluppo e, direi , per l’esistenza del genere umano e
perché no, anche degli animali, poverini, perché anche il loro linguaggio, si esprime
attraverso ferree regole grammaticali, costretti ad apprenderle senza le “elementari” o le
“medie”.
L’apprendimento dei primi rudimenti lessicali, nella società arcaica e piena di ipocrisia
e tabù, nel tempo e nel paese in cui venni al mondo non avveniva attraverso
l’insegnamento da parte dei genitori, che non sapevano niente a proposito, perchè non
avevano avuto tempo di imparare; tanto è vero che se tu chiedevi un fratellino, loro
facevano venire una cicogna nottetempo e ci pensava lei;
oggi soddisferebbero la tua richiesta comprandoti un cagnolino. Ma questa è un’altra storia.
E dopo, a quei tempi, i genitori professori, dal primo giorno in cui la cicogna arrivava,
dovevano incominciare a preoccuparsi di come sfamare i nuovi arrivati e
contestualmente dedicarsi all’insegnamento delle materie delle quali ho parlato la
volta precedente , dove erano veramente specialisti, ricchi al riguardo, di una cultura
millenaria.
Ma non divaghiamo.
Precisiamo prima di tutto che, per sopperire alla mancata istruzione da parte dei
genitori, la natura, a scopo compensativo e difensivo, per la conservazione della specie,
dotava ogni individuo di un sapere innato, ereditato geneticamente; e noi sappiamo
quanto i geni siciliani sono potenti. Non pensare, Cristian, che la natura ha la stessa
forza in tutte le parti del mondo!
No, no, vale la legge degli eccessi e dei difetti. Vale a dire che se la natura è prodiga in
Sicilia, come è sempre stata, deve necessariamente essere parca al lato opposto e non
dico dove, per non sollevare un vespaio; con i tempi che corrono! Però almeno da
questo punto di vista sono sicuro che alla Sicilia convenga il federalismo e tenersi a
casa i talenti che ha. (ma ahimè io ho già dato), (e anche tu), (e tanti altri).
Questa dotazione, scritta e cantata da alcuni dei trentamila e rotti geni nel genoma
individuale, valeva e vale principalmente per quanto riguarda la gestualità e la dinamica
delle regole di comunicazione. Chiamiamola impropriamente “grammatica istintiva”
Il linguaggio vero e proprio, devi sapere, dipende dalla lingua e come sai c’è lingua e
“lingua”.
Questa, si sa, varia da un posto all’altro e secondo di dove ti trovi, a volte è un casino.
Come quella volta ad Amburgo, per il matrimonio di mio fratello: un’invitata mentre
ballavamo voleva sapere da dove venivo ed io, fissato com’ero con le belle donne,
capivo che mi chiedesse di andare a casa sua dopo la festa per continuare le festa . Poi
l’intervento di mio fratello chiarì l’equivoco ma questo non mi tolse la delusione di
aver frainteso. Ecco perchè è importante la grammatica, anzi, tutte le grammatiche sono
importanti. E quella volta, se io avessi conosciuto la grammatica della lingua tedesca, e
lei quella del dialetto siciliano, immagina che stupenda poesia avremmo potuto
comporre, insieme. Già allora, una poesia senza confini, “globalizzata” in anticipo.
Forse la colpa è stata proprio della mancanza di insegnamento teorico. Io ed i miei
compagni della mia età non abbiamo avuto la possibilità di ricevere lezioni dalle
strutture scolastiche, perchè quella volta a scuola non si poteva parlare di questi
argomenti, e ti devo dire che anche le maestre erano impreparate e non capivano
nemmeno per quale motivo le guardavamo con tanta insistenza, specialmente quando
alle maestre si sostituirono le professoresse giovani e carine.
Grammaticalmente parlando, la scuola per me ed i miei compagni era la strada e la
strada e stata la mia accademia e tutto quello che c’era da sapere l’ho imparato dai
compagni più grandi, che a loro volta, attingevano da quelli più gradi di loro. Anche in
questo c’era una specie di legge della natura, una compensazione alle carenze sociali.
Adesso, non so se con la tua domanda ti aspetti risposte dettagliate; forse non è il caso,
ci vorrebbe troppo tempo per scrivere: ti dico solo cose riassuntive frutto dei limitati
insegnamenti ricevuti a quei tempi da tutti, maschi e femmine.
La carenza della grammatica portava a sentire spesso espressioni quasi selvagge, non
adatte; ad esempio , mi ricordo una frase infelice che dicevano i ragazzi per esprimere il
desiderio ardente per una ragazza: < chidda mi faci sangu > . Oppure sentire rivolto ad
una ragazza ansiosa di belle frasi: < ti amu! >
Le ragazze non applicavano la grammatica, anche perchè ai tempi chi la usava e si
esprimeva in perfetta madrelingua era fortemente biasimata e tutte le raccomandavano:
< sta attenta a chiddu chi fa !>, < parla comu manci ! >. E quelle che parlavano come
volevano loro, stavano molto attente a non farsi sentire e non farsi vedere, ma erano
poche, veramente poche, nemmeno tre quarti o forse appena, appena di più, ma non
tanto. Mancava la teoria, la pratica e l’esperienza e non restava che “ piniari”.

Per finire Cristian, “ti racconto una storia”
In quinta elementare, un gruppo di ragazzi che ci ritenevamo esperti di regole
grammaticali , decidemmo di mettere in pratica le conoscenze acquisite negli anni
precedenti e forti della nostra intraprendenza “nni facemmu a cunfaffa “ e preparammo
il piano per trasferire le nostre conoscenze alle ragazze.
Vicino alla chiesa di San Giuseppe c’era una casa vecchia, mezza diroccata e la gente
andava dentro a svuotarci i materassi, pieni di paglia di orzo ( crapu ).
Il giorno prima dell’imboscata, abbiamo preparato in quella casa un bel letto con la
paglia che c’era e naturalmente completato con un bel cuscino sempre di paglia.
Il giorno dopo ci siamo presentati a scuola con un bel po’ di arance, belle grosse, fatte
arrivare da “aranceri” che abbiano tenute nascoste fino all’uscita, verso le ore sedici ( i
quattru). Quando eravamo in strada abbiamo fatto vedere quei bei frutti a un gruppo di
nostre compagne, invitandole a seguirci se le avessero volute.
Le ragazze, “cittadinelle”, incantate dalle arance ci seguirono; noi camminavamo
“avant’arreri” continuando a mostrare le arance e loro ci venivano appresso.
Quando arrivammo davanti alla casa vecchia e le invitammo ad entrare, loro, tutte
insieme, allungarono dritto in avanti il braccio sinistro e ci sbatterono sopra la mano
destra con una gran botta e sghignazzando andarono via. Evidentemente, erano molto
meno ingenue di noi poveri cucchi.
Per vincere l’acidità causata dalla delusione, non ci restò altro che “limonare “ con le
arance.
Devo aggiungere che quella fu una vera lezione di grammatica.

Perdonatemi la “licenza” e, a proposito di “Grammatica”, scusate se spesso ho usato il
passato prossimo, quando era richiesto il passato remoto: è che questo tempo mi
sembrava troppo lontano.

Cristian, mi sono dilungato molto ma l’argomento lo richiedeva; non so se sono stato
esauriente per le tue aspettative, se non, al caso, ti ricordo il bellissimo detto frazzanese
(credo):
< si nni vuliti chiù, pi cincu rani, iti dda gnura Nina che va sona! >

E comunque fammi sapere.

……Certo che ci vogliamo bene!


Agli amici del forum
Domenica 25 maggio prossimo
Dalle 16.00 alle 17. 00 se potete e gradite
Sarò ad attendervi sulla pedana del bar Centrale a Frazzanò
Per offrirvi un gelato o in mancanza un caffè.
Ciao a Presto.


Ultima modifica di pinotrieste il Lun Set 22, 2008 13:35:38, modificato 1 volta in totale
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Cristian
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MessaggioInviato: Ven Mag 16, 2008 14:45:30    Oggetto: Cristian c'è Rispondi citando

Grazie Pino, per quanto hai, come sempre, sapientemente saputo descrivere come risposta alla mia domanda.

Ritenermi soddisfatto è certamente un azzardo visto che conosco le tue potenzialià,mi ritengo al momento ampiamente dissetato.

Ti ringrazio per quanto riferisci di provare e credere nei miei confronti, sono sempre più orgoglioso e felice della tua stima ed amicizia.

Purtroppo non potrò essecri sulla pedana neanche a questo appuntamento successivo a quello lanciato l'anno scorso.

Spero però possa esserci oltre Pantarei di cui sono certo, anche Milli, Virginia e tutti quelli che come me ti leggono ed apprezzano.

Sappi infatti che anche se non scrivo più, ultimamente come facevo prima, ci sono sempre e con molta attenzione leggo queste righe alle quali sono molto legato.

Infine approfitto anch'io per lanciare un messaggio a tutti gli amici del forum:

-Grazie per il prezioso contributo che date al ns progetto che con le vostre parole e le vostre visite ci stimola a fare sempre meglio per il nostro paese Frazzanò


P.S
Se non ti schiffii,caro Pino, domenica darò una liccata virtuale al tuo gelato e uno a quello di Pantarei che so già sarà ricco di gusti e colori come le sue cravatte.

Abbraccia mio compare da parte mia.
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pantarei
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MessaggioInviato: Sab Mag 17, 2008 12:37:23    Oggetto: sara' prorio cosi' Rispondi citando

il gelato avra' i colori delle mie cravatte e

lo mageremo veramente e tu virtulmante ne assaporerai i gusti

del mio quello di pino e tutti gli altri

siete grandi ed importanti se non altro per l'opportunita che date
di comunicare sentimenti impresioni e fatti della nostra piccola comunita'
proiettata nel magico mondo di internet

ciao a presto

Cristian buon lavoro e una buona stagione estiva

unni ti luci a fera 'ta stu minutu!.................
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Cristian
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MessaggioInviato: Sab Mag 17, 2008 23:50:17    Oggetto: Mio Caro Pantarei Rispondi citando

Carissimo Pantarei, u tempu passa ma a testa è sempri chidda! direbbe qualcuno, ma dato che tutto scorre come invece diresti tu, devi sapere che anch'io ho messo la testa a posto.
Non che prima non ce l'avessi, e qui sono forse un pò presuntuoso nel dirlo, ma da un anno ormai con i villagi ho chiuso!
" Quindi l'unica fera e chidda di Milano! "

Ti ringrazio ugualmente per gli in bocca al lupo che sono sempre ben accetti dato che, essendo rimasto comunque legato al mondo del turismo, e dovendo commercilmente affrontare una stagione estiva in un periodo di recessione, è fondamentale anche incrociare le dita per centrare gli obbiettivi.

Grazie ancora, e divertitevi anche per me.
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pinotrieste
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MessaggioInviato: Mer Giu 18, 2008 14:06:54    Oggetto: Storia di un Viaggio Rispondi citando

Marosi

Dove arriva il mio sguardo
scopro l’alba.
Invaghito, la inseguo
nel suo giorno,
in groppa ai miei marosi,
puledri indomiti,
che trottano irruenti.
Galoppo e arrivo a sera,
dove sfugge nell’ombra
la mia bella chimera,
che beffarda sorride lontana,
e sparisce pian, piano,
al mio occhio testardo,
che ancora non s’arrende.

Dove arriva il mio sguardo,
ora l’alba è di altri.
Sono stanchi gli indomiti,
vogliono dormire.
Si fa dolce la sera,
mentre osserva la quiete,
dei puledri assopiti.

Una stella si affaccia,
indiscreta:
sembra voglia incitarmi,
mentre cerco nel sogno,
quel mio amore,
svanito di giorno…in un giorno.
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MessaggioInviato: Gio Lug 03, 2008 11:22:15    Oggetto: Rosa straniera Rispondi citando

Per Fede

Adesso credo ai miracoli.
Se una rosa straniera
fiorisce,
è una storia di fede:
una rosa di Liens
caparbia,
è sbocciata a Trieste.

Il colore, il profumo,
la sua vita,
è una storia infinita,
incredibile.
È una storia d’amore
segreta:
non si può raccontare.
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MessaggioInviato: Ven Set 19, 2008 09:33:28    Oggetto: Storie di Becchi Rispondi citando

In tutti i campi, per aver successo, è necessario dotarsi di buoni attrezzi.
Se qualche volta mancano le idee si potrebbero sfruttare i mezzi
di fortuna propri o prenderli in prestito dagli animali.



Il Becco Maestoso

Nel paese aveva grande fama un becco, che io non ho mai conosciuto.
Lo chiamavano “beccu di Darricu”. Adesso, io non so se è scritto giusto così
oppure sarà stato “ becco di don Enrico” e poi storpiato nel dialetto “frazzanutanu”.
Vero è che, ancora oggi, circolano certe frasi, riferite a questo esemplare, che di certo
non posso citare qui, neanche munito di speciali licenze alle quali, ogni tanto,
faccio ricorso, sicuro della comprensione e clemenza di chi, poi, legge.
Io mi riferisco ad un altro esemplare meno famoso, secondo me a torto, che vedevo,
quasi tutte le mattine e le sere, quando con la sua mandria transitava per la strada
di campagna che porta verso “palescina”.
Quel vecchietto, tutte le mattine, dopo aver munto le capre e distribuito il latte fresco
e saporito ai suoi clienti, le portava al pascolo, scendendo dal paese nelle campagne
verso il fiume.
Aveva appeso a tracolla “u tascappani” e portava sempre con sé, per precauzione,
un grande “paraccu”, a strisce rosse e blu, che sembrava un ombrellone da spiaggia.
Il Becco era un gran becco, alto, lungo e robusto. Le sue lunghe corna, grosse,
un po’ attorcigliate, sporgevano orgogliose dalla sua testa; il “barbo” lungo, sotto il mento
e il suo portamento superbo, gli conferivano un aspetto “Maestoso”.
Un becco così, dovrebbe essere un vanto, per chiunque l’avesse posseduto, per
chi l’avesse ereditato e per tutto il paese che gli ha dato i natali!
Certo puzzava tanto (come un caprone) e quel forte odore si sentiva anche dopo un’ora che era
passato ed a nulla servivano i flaconi di profumo che ogni mattina si scaricava addosso,
quando si preparava per uscire.
Ma le sue capre non si lamentavano, anzi, si vedeva che erano contente di lui e lo
manifestavano, quasi sorridenti ed estasiate, quando faceva scorrere la sua grossa testa
lungo i loro fianchi, a volte, con irruenza, a volte, con delicatezza ma sempre con aria
da conquistatore: esperto seduttore qual era, usava quel trucco per eccitarle ed immancabilmente
ci riusciva. Si poteva certamente dire che era degno del suo harem, ed all’altezza del suo ruolo.
Camminava sempre con la testa eretta, un poco inclinata, come se si guardasse addosso.
Controllava sempre che tutto fosse a posto; non tollerava gli intrusi ma, data la sua mole
e quella delle sue corna, non era facile che ci fossero avventurieri.
Anche le sue capre erano molto gelose delle sue ammiratrici extra-mandria ma lui non disdegnava
qualche scappatella quando capitava.
Insomma era un vero Re. La sua regalità la dimostrava, soprattutto, nel modo elegante ed altero in
cui si portava a spasso quella bella testa, ornata di quelle sporgenze ossee che sembravano vere e
meravigliose sculture barocche.
Spesso contraddicendo la sua maestà, si faceva vincere dalla vanità; aveva tanta ammirazione di se
stesso ma forse era solo orgoglio, che nasceva dalla consapevolezza di essere molto invidiato ed
imitato dai suoi colleghi paesani.
Tante volte mi chiedevo se quelle corna producessero dei vantaggi o alla lunga fossero di peso.
Osservando la contentezza che traspariva dai modi e dalla grazia di quel mitico becco ed
analizzando il comportamento disinvolto degli altri esemplari della medesima specie,
che si sono sviluppati numerosi in seguito nel nostro territorio, maturò in me la convinzione, che il
vero peso grava sulla testa di coloro che stanno a guardare oppressi dall’invidia.
Per quanto riguarda i vantaggi, non ci vuole tanto a capire che, gli individui che possono vantare
la prerogativa di avere in testa simili attrezzi, cresciuti senza sforzi né patimenti, magari senza
essersene accorti, traggano da tale dote significative quanto convenienti utilità .
Pensate ad esempio un becco che gli viene l’idea di abbattere un albero per mangiare le foglie:
non possedendo la motosega, se ha le corna belle robuste, si posiziona distante trenta metri
dall’albero che intende abbattere, prende la rincorsa e va a scaricare, con tutta la sua potenza,
una cornata sul tronco. Vi garantisco che l’albero crolla e se non crolla alla prima cornata, crollerà
alla seconda o al massimo alla terza, dipende dall’allenamento a centrare bene il tiro.
Il becco maestoso era capace di abbattere due alberi con una sola cornata ed, in certe circostanze,
anche tre. Alle sue capre non mancava mai da mangiare, nemmeno, quando c’era siccità e
carestia d’erba: lui si abbatteva sugli alberi come un fulmine, li radeva al suolo e c’era da mangiare
per sé, per tutte le capre ed anche per qualche altro caprone, suo compare; a volte più di uno, due o
tre.
Le corna venivano adoperate anche per demolire i muri. Voi mi chiederete: a cosa serviva o serve
ad un becco far crollare i muri? Niente, non serviva a niente; era solo per un suo sfogo personale,
quando, (rare volte), lo assaliva la gelosia e doveva placare l’ira di sentirsi, a torto, tradito.
il becco maestoso, utilizzava spesso le sue onorate corna a questo scopo, e ne sono testimonianza,
tanti muri di pietra “sdirrupati” per le strade di campagna dove transitava frequentemente e diversi
muri di case, anche in paese.
In realtà, questo re, non si scagliava mai contro i muri per gelosia; lo faceva piuttosto a scopo
dimostrativo, tanto per far vedere a tutti che era impossibile che lui potesse essere cornificato con
tutta la potenza che era in grado di sprigionare ed il terrore che riusciva a seminare.
Un altro utilizzo che si faceva delle corna, era quello di grattarsele ripetutamente quannu
manciiaunu; questo per diletto personale: era una vera goduria strofinarle contro grossi tronchi
di querce, di ulivi o di castagni: un piacere irrinunciabile per chi si poteva permettere di averle e
tanto più ruvidi e lunghi erano, tanto più si godeva. In questa pratica, c’era sicuramente lo zampino
della natura che aveva dotato i cornuti di quell’istinto e di quel piacere, per dare agli alberi la
possibilità di rinnovare la corteccia.
In compenso, fra l’altro, i becchi, si tenevano sempre lustri e splendenti le corna.

Però c’era tanto da ridere, quando si vedevano in giro, quei becchi “tignusi”, sprovvisti di corna
proprie e che, all’occorrenza, dovevano far ricorso ai favori dei cornuti potenti per risolvere i loro
problemi: per fortuna erano in pochi di questa razza, oggi, quasi estinti.

Non so che fine fece il becco maestoso. Misteriosamente svanì, come svanirono
tante altre meraviglie di quelle terre e mi prende un senso di malinconia quando torno al paese ed
andando, qualche volta, in campagna, percepisco ancora per strada la puzza che lasciava ma non
vedo più nessun caprone. Però sono sicuro che il suo spirito vive ancora, e vaga per le campagne e
vicino le sorgenti, confondendosi con le ombre delle incantevoli notti di luna piena frazzanesi:
quelle notti e quella luna che furono galeotte per la nascita e lo sviluppo delle sue e di altre gloriose
corna.

Adesso ricordando tanta passata gloria e considerando i rischi che corre il nostro
paese, mi sorge insistente una domanda: ci sarà il modo di evitare l’estinzione
della specie?

Nota:
Preciso che in quello che ho scritto non c’è alcun riferimento a persone di qualunque
razza e ”specie”. Se qualcuno, fosse tentato di sentirsi chiamato in causa, sarebbe per un
“istinto”puramente soggettivo.
E, mi raccomando, ricordate che le corna sono come gli anni: per non sentirne il peso bisogna
saperle portare e sopportare o fare finta di non averle…parola mia d’onuri!




Non tutti i becchi sono cornuti
e per la proprietà commutativa:
Non tutti i cornuti sono becchi

................Esempio di becco "tignusu" Austriaco
...................(Ammonito da pinotrieste)


Ultima modifica di pinotrieste il Gio Lug 16, 2009 11:02:54, modificato 6 volte in totale
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MessaggioInviato: Lun Set 22, 2008 12:38:02    Oggetto: Re: Storie di Becchi Rispondi citando

pinotrieste ha scritto:
In tutti i campi, per aver successo, è necessario dotarsi di buoni attrezzi.
Se qualche volta mancano le idee si potrebbero sfruttare i mezzi
di fortuna propri o prenderli in prestito dagli animali.



Il Becco Maestoso

Nel paese aveva grande fama un becco, che io non ho mai conosciuto.
Lo chiamavano “beccu di Darricu”. Adesso, io non so se è scritto giusto così
oppure sarà stato “ becco di don Enrico” e poi storpiato nel dialetto “frazzanutanu”.
Vero è che, ancora oggi, circolano certe frasi, riferite a questo esemplare, che di certo
non posso citare qui, neanche munito di speciali licenze alle quali, ogni tanto,
faccio ricorso, sicuro della comprensione e clemenza di chi, poi, legge.
Io mi riferisco ad un altro esemplare meno famoso, secondo me a torto, che vedevo,
quasi tutte le mattine e le sere, quando con la sua mandria transitava per la strada
di campagna che porta verso “palescina”.
Quel vecchietto, tutte le mattine, dopo aver munto le capre e distribuito il latte fresco
e saporito ai suoi clienti, le portava al pascolo, scendendo dal paese nelle campagne
verso il fiume.
Aveva appeso a tracolla “u tascappani” e portava sempre con sé, per precauzione,
un grande “paraccu”, a strisce rosse e blu, che sembrava un ombrellone da spiaggia.
Il Becco era un gran becco, alto, lungo e robusto. Le sue lunghe corna, grosse,
un po’ attorcigliate, sporgevano orgogliose dalla sua testa; il “barbo” lungo, sotto il mento
e il suo portamento superbo, gli conferivano un aspetto “Maestoso”.
Un becco così, dovrebbe essere un vanto, per chiunque l’avesse posseduto, per
chi l’avesse ereditato e per tutto il paese che gli ha dato i natali!
Certo puzzava tanto (come un caprone) e quel forte odore si sentiva anche dopo un’ora che era
passato ed a nulla servivano i flaconi di profumo che ogni mattina si scaricava addosso,
quando si preparava per uscire.
Ma le sue capre non si lamentavano, anzi, si vedeva che erano contente di lui e lo
manifestavano, quasi sorridenti ed estasiate, quando faceva scorrere la sua grossa testa
lungo i loro fianchi, a volte, con irruenza, a volte, con delicatezza ma sempre con aria
da conquistatore: esperto seduttore qual era, usava quel trucco per eccitarle ed immancabilmente
ci riusciva. Si poteva certamente dire che era degno del suo harem, ed all’altezza del suo ruolo.
Camminava sempre con la testa eretta, un poco inclinata, come se si guardasse addosso.
Controllava sempre che tutto fosse a posto; non tollerava gli intrusi ma, data la sua mole
e quella delle sue corna, non era facile che ci fossero avventurieri.
Anche le sue capre erano molto gelose delle sue ammiratrici extra-mandria ma lui non disdegnava
qualche scappatella quando capitava.
Insomma era un vero Re. La sua regalità la dimostrava, soprattutto, nel modo elegante ed altero in
cui si portava a spasso quella bella testa, ornata di quelle sporgenze ossee che sembravano vere e
meravigliose sculture barocche.
Spesso contraddicendo la sua maestà, si faceva vincere dalla vanità; aveva tanta ammirazione di se
stesso ma forse era solo orgoglio, che nasceva dalla consapevolezza di essere molto invidiato ed
imitato dai suoi colleghi paesani.
Tante volte mi chiedevo se quelle corna producessero dei vantaggi o alla lunga fossero di peso.
Osservando la contentezza che traspariva dai modi e dalla grazia di quel mitico becco ed
analizzando il comportamento disinvolto degli altri esemplari della medesima specie,
che si sono sviluppati numerosi in seguito nel nostro territorio, maturò in me la convinzione, che il
vero peso grava sulla testa di coloro che stanno a guardare oppressi dall’invidia.
Per quanto riguarda i vantaggi, non ci vuole tanto a capire che, gli individui che possono vantare
la prerogativa di avere in testa simili attrezzi, cresciuti senza sforzi né patimenti, magari senza
essersene accorti, traggano da tale dote significative quanto convenienti utilità .
Pensate ad esempio un becco che gli viene l’idea di abbattere un albero per mangiare le foglie:
non possedendo la motosega, se ha le corna belle robuste, si posiziona distante trenta metri
dall’albero che intende abbattere, prende la rincorsa e va a scaricare, con tutta la sua potenza,
una cornata sul tronco. Vi garantisco che l’albero crolla e se non crolla alla prima cornata, crollerà
alla seconda o al massimo alla terza, dipende dall’allenamento a centrare bene il tiro.
Il becco maestoso era capace di abbattere due alberi con una sola cornata ed, in certe circostanze,
anche tre. Alle sue capre non mancava mai da mangiare, nemmeno, quando c’era siccità e
carestia d’erba: lui si abbatteva sugli alberi come un fulmine, li radeva al suolo e c’era da mangiare
per sé, per tutte le capre ed anche per qualche altro caprone, suo compare; a volte più di uno, due o
tre.
Le corna venivano adoperate anche per demolire i muri. Voi mi chiederete: a cosa serviva o serve
ad un becco far crollare i muri? Niente, non serviva a niente; era solo per un suo sfogo personale,
quando, (rare volte), lo assaliva la gelosia e doveva placare l’ira di sentirsi, a torto, tradito.
il becco maestoso, utilizzava spesso le sue onorate corna a questo scopo, e ne sono testimonianza,
tanti muri di pietra “sdirrupati” per le strade di campagna dove transitava frequentemente e diversi
muri di case, anche in paese.
In realtà, questo re, non si scagliava mai contro i muri per gelosia; lo faceva piuttosto a scopo
dimostrativo, tanto per far vedere a tutti che era impossibile che lui potesse essere cornificato con
tutta la potenza che era in grado di sprigionare ed il terrore che riusciva a seminare.
Un altro utilizzo che si faceva delle corna, era quello di grattarsele ripetutamente quannu
manciiaunu; questo per diletto personale: era una vera goduria strofinarle contro grossi tronchi
di querce, di ulivi o di castagni: un piacere irrinunciabile per chi si poteva permettere di averle e
tanto più ruvidi e lunghi erano, tanto più si godeva. In questa pratica, c’era sicuramente lo zampino
della natura che aveva dotato i cornuti di quell’istinto e di quel piacere, per dare agli alberi la
possibilità di rinnovare la corteccia.
In compenso, fra l’altro, i becchi, si tenevano sempre lustri e splendenti le corna.

Però c’era tanto da ridere, quando si vedevano in giro, quei becchi “tignusi”, sprovvisti di corna
proprie e che, all’occorrenza, dovevano far ricorso ai favori dei cornuti potenti per risolvere i loro
problemi: per fortuna erano in pochi di questa razza, oggi, quasi estinti.

Non so che fine fece il becco maestoso. Misteriosamente svanì, come svanirono
tante altre meraviglie di quelle terre e mi prende un senso di malinconia quando torno al paese ed
andando, qualche volta, in campagna, percepisco ancora per strada la puzza che lasciava ma non
vedo più nessun caprone. Però sono sicuro che il suo spirito vive ancora, e vaga per le campagne e
vicino le sorgenti, confondendosi con le ombre delle incantevoli notti di luna piena frazzanesi:
quelle notti e quella luna che furono galeotte per la nascita e lo sviluppo delle sue e di altre gloriose
corna.

Adesso ricordando tanta passata gloria e considerando i rischi che corre il nostro
paese, mi sorge insistente una domanda: ci sarà il modo di evitare l’estinzione
della specie?

Nota:
Preciso che in quello che ho scritto non c’è alcun riferimento a persone di qualunque
razza e ”specie”. Se qualcuno, fosse tentato di sentirsi chiamato in causa, sarebbe per un
“istinto”puramente soggettivo.
E, mi raccomando, ricordate che le corna sono come gli anni: per non sentirne il peso bisogna
saperle portare e sopportare o fare finta di non averle…parola mia d’onuri!




................Esempio di becco "tignusu" Austriaco
...................(Ammonito da pinotrieste)
non lo portare qua se no u torcinu lo sai che significa mi sono spiegato Embarassed paurazzu ci fannu assiccari Confused e poi dopu un po di tempu u rrustunu percio ti raccomando ca no purtari come va a trieste titto a posto quannu torni oh paisi
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sincera
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MessaggioInviato: Lun Set 22, 2008 13:36:31    Oggetto: Rispondi citando

grande pino....
mi perdo fra le tue sublime frasi....
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Cristian
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MessaggioInviato: Mar Set 23, 2008 00:01:32    Oggetto: Maestosi e Tigniusi Rispondi citando

Grazie Pino per l'allegria che sempre magistralmente sai elargire con i tuoi scritti, che capitano al momento giusto e per le occasioni giuste, e che personalmente mi danno una gioia infinita.

Definire poi "tigniuso" l'animale privo di corna, è poi una sapiente capacità espressiva, che non manchi di dimostrare in ogni occasione.

Ma i scecchi non parliamo più? Che fine ha fatto il canto dei somari?

P.S
Ciao Barberi mi raccumannu mettiti l'occhiali altrimenti i cristiani i fà addivintari tigniusi appidaveru! Vidi a Ginuzzu chi culuri ci facisti i capiddi.....
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MessaggioInviato: Mar Set 23, 2008 12:30:21    Oggetto: Grazie x Tre Rispondi citando

Caro Calogero, prepara le forbici bene affilate: non per il becco,
per me....spero!

Sincera, io vorrei essere piccolo, piccolo.
Grazie.

Grazie anche a te Cristian.
Ti faccio notare che "tignusu" è un'espressione del nostro
dialetto, io l'ho solo ricordata.
Per quanto riguarda i somari si faranno sentire
prima o poi, sono sicuro.

Un abraccio a tutti.
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pinotrieste
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Registrato: 23/03/07 10:51
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MessaggioInviato: Gio Mar 04, 2010 17:14:54    Oggetto: Rispondi citando

La raccolta delle mandorle.

Il mandorleto era una nuvola candida.
Gli alberi giganti, attaccati l’uno all’altro, i rami intrecciati,
sfoggiavano quel manto di fiori bianchi. Delicati e soffici batuffoli di fiori,
si confondevano con la neve e coraggiosi, un po’ spavaldi,
sfidavano il rigido inverno di gennaio.
La natura era ammutolita; non un alito di vento.
I petali fissi, bianchi, abbaglianti più della neve.
Si era staccato un pezzo di paradiso dal cielo e stava adagiato
su quel costone, per un preludio di primavera. Tutto sembrava irreale,
anche la mia vita mi appariva irreale in quel contesto o forse è solo
l'inganno di ricordi troppo lontani o forse mi piace l'inganno,
guardandomi intorno adesso.


A settembre quei fiori erano mandorle da raccogliere.

Avevi lasciato il paese, avevi lasciato le tue quattro mura;
eri venuta in campagna.
“Cittadinella”, stavi in silenzio, guardavi in alto, incredula e sorpresa.
Non vedevi le mandorle cadere: eri come rapita, direi incantata.
Seguivi con lo sguardo un “contadinello” che saltava agile e leggero,
di ramo, in ramo; andava proprio in cima e correva da un mandorlo
all’altro, senza mai scendere.
Batteva con quel lungo bastone (rumazzaturi) i rami che si flettevano
e mentre volava fra gli alberi cantava tante belle canzoni: le cantava per te!
Quando scese a terra recitò una poesia; neanche a questo credevi…
quel “villano” sapeva le poesie!
Il tuo angelo custode sorrideva o rideva; ti notava diversa, ti brillavano gli occhi…
Non ti aveva mai vista così.
La sera ti accompagnai per mano fino al paese.
Eri una ragazzina. Io ero un ragazzo ma già mi sentivo un uomo.
Eri felice, ti si leggeva in volto.
Eri felice di te.
Eri sfuggita alle quattro mura.
Avevi scoperto che si può volare…avevi incominciato a volare!

Non ti ho mai rivista. Dove sei?
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